// Conoscenza
Contesto
Le montagne lombarde sono sottoposte agli effetti del riscaldamento climatico, con perdita di biodiversità e spopolamento che minacciano equilibri ambientali costruiti in secoli di interazione uomo-natura, richiedendo una nuova 'abitabilità'.

Cambiamento Climatico
Il cambiamento climatico sta mettendo in crisi i territori montani, resi spazi ad alta vulnerabilità.
L’aumento delle temperature medie, la maggiore frequenza di eventi estremi e le alterazioni dei regimi delle precipitazioni stanno modificando gli equilibri ambientali costruiti in secoli di interazione tra uomo e natura. Le montagne, tradizionalmente serbatoi di acqua, bacini di biodiversità e risorse rinnovabili, mostrano oggi con chiarezza gli effetti cumulativi del riscaldamento globale.
In Lombardia, i segnali di tale crisi sono evidenti. I dati più recenti mostrano come l’innevamento sia sempre più irregolare e dipendente da brevi periodi di precipitazioni intense, spesso concentrate a fine inverno o in primavera, anziché distribuite lungo l’intera stagione fredda. Anche annate apparentemente “positive”, come gli inverni 2023–2024 e 2025-2026, che hanno registrato accumuli nevosi superiori alla media grazie a precipitazioni abbondanti e temperature miti tardive, confermano in realtà una tendenza strutturale: meno continuità, maggiore variabilità e una progressiva perdita di affidabilità della neve come risorsa stabile.
Nelle montagne bergamasche, inserite nel sistema orobico, questi cambiamenti si mostrano sul paesaggio, sulle economie locali e sulle forme di abitabilità. La riduzione della copertura nevosa persistente incide sulla disponibilità idrica estiva, sugli ecosistemi alpini e sulle attività agro-pastorali, mentre l’aumento delle temperature favorisce processi di degrado dei versanti, stress ecologico delle foreste sottoposte a maggiore esposizione a fenomeni di dissesto. La montagna diventa così uno spazio in cui il cambiamento climatico si manifesta come trasformazione sistemica.
Tale esito costringe ad interrogarsi sul futuro della montagna lombarda in termini di abitabilità. Le strategie regionali sottolineano la necessità di rafforzare la capacità dei territori di rispondere ai cambiamenti in atto, attraverso una gestione integrata delle risorse naturali, la tutela dei servizi ecosistemici e il ripensamento dei modelli di sviluppo locale. In questo quadro, le montagne bergamasche possono svolgere il ruolo di laboratori di una nuova abitabilità in cui territorio e ambiente sono considerati facce della stessa medaglia e il rapporto uomo/natura visto in una prospettiva sistemica di nuova alleanza per l’abitabilità della Terra.


Perdita della biodiversità
La montagna lombarda ospita ecosistemi di elevato valore biologico, caratterizzati da una notevole diversità di specie alpine e prealpine. Tuttavia, questi ecosistemi sono oggi soggetti a un progressivo declino della biodiversità, determinato principalmente dai cambiamenti climatici e dalle pressioni antropiche.
L’aumento delle temperature medie nelle Alpi lombarde sta causando la regressione dei ghiacciai, la riduzione della copertura nivale e lo spostamento altitudinale degli habitat. Tali processi compromettono la sopravvivenza di specie endemiche e criophile, che non dispongono di ulteriori margini di migrazione verso quote più elevate. Parallelamente, la frammentazione degli habitat dovuta a infrastrutture turistiche, impianti sciistici e reti viarie altera le dinamiche ecologiche e riduce la connettività tra le popolazioni faunistiche.
Ulteriori fattori di pressione includono l’intensificazione o, al contrario, l’abbandono delle attività agro-pastorali tradizionali, con effetti significativi sulla composizione floristica e sulla struttura degli ecosistemi montani. Per esempio l’avanzamento del bosco conseguente all’abbandono delle attività agrosilvopastorali è negativo non in senso assoluto, ma per i suoi effetti ecologici e paesaggistici poiché determina una riduzione della biodiversità e la scomparsa di specie rare che dipendono dai prati e pascoli che permettono la coesistenza di specie con differenti esigenze ecologiche.
Inoltre il paesaggio agro-pastorale contribuisce alla stabilità idrogeologica, alla qualità estetica del territorio e alla prevenzione del rischio incendi. Boschi giovani e non gestiti possono risultare più vulnerabili a incendi, parassiti e schianti. Infine, l’abbandono delle attività agrosilvopastorali comporta anche la perdita di saperi locali che hanno storicamente modellato ecosistemi ad alto valore naturale.
In sintesi, l’avanzamento del bosco diventa problematico quando avviene in modo rapido e non gestito, sostituendo ecosistemi semi-naturali ricchi di biodiversità con formazioni forestali giovani e omogenee, riducendo la complessità ecologica complessiva.
Dunque, la tutela della biodiversità montana lombarda richiede strategie di gestione integrata del territorio, basate su monitoraggio, conservazione degli habitat e promozione di modelli di sviluppo sostenibile.
Crisi Demografica e Spopolamento
Lo spopolamento della montagna lombarda rappresenta oggi uno dei principali segnali di fragilità territoriale emersi dall’analisi delle dinamiche demografiche degli ultimi vent’anni. Secondo il Working Paper PoliS-Lombardia (2024), il fenomeno colpisce in modo prevalente i comuni montani e prealpini, dove alla bassa densità abitativa si sommano una forte contrazione naturale della popolazione, un progressivo invecchiamento e una ridotta capacità attrattiva nei confronti di nuovi residenti. Questi fattori innescano circoli viziosi difficilmente reversibili: la perdita di giovani e giovani adulti riduce natalità, forza lavoro, servizi e opportunità, accentuando ulteriormente il declino demografico e sociale.
Nel contesto regionale, le montagne bergamasche, pur non essendo il territorio regionale con la maggiore concentrazione percentuale di comuni ad alto rischio, mostrano che la contrazione più marcata della popolazione residente riguarda proprio i 42 comuni bergamaschi: oggi vi abitano in media 86 persone ogni 100 che risiedevano nel 2002. Si tratta prevalentemente di piccoli comuni, con tassi di crescita naturale fortemente negativi, e caratterizzati da un indice di vecchiaia elevato e da una quota ridotta di popolazione in età attiva.
Il caso bergamasco, dunque, attesta come lo spopolamento non sia solo una questione numerica, ma un processo che incide sulla vitalità complessiva del territorio. La perdita di popolazione mette in crisi economie locali, servizi essenziali e forme storiche di abitabilità, trasformando aree un tempo dinamiche in territori sempre più marginali. Allo stesso tempo, i dati mostrano come questi fenomeni siano il risultato di tendenze persistenti e di lungo periodo piuttosto che di fenomeni improvvisi, che rendendo evidente l’urgenza di politiche mirate e differenziate.
Tale spopolamento non riguarda esclusivamente il numero degli abitanti, ma mette in discussione lo stesso modello di montagna perseguito sino a qui, ossia di territorio di svago, complementare a quello della pianura urbanizzata.
L’abitabilità della montagna, dunque, oggi richiede una svolta radicale delle politiche e un recupero dei valori e delle identità che tutt’ora persistono recuperandoli nella prospettiva contemporanea.


Beni Comuni
La ricerca che regge la presente piattaforma ha assunto il presupposto che vi sono alcuni beni il cui utilizzo o, soprattutto, il cui “non utilizzo” – ovverosia l’abbandono – può produrre notevoli effetti negativi sulla collettività o, meglio, sul territorio.
Per fare degli esempi, un edificio dismesso non solo può comportare problemi in termini di sicurezza per la collettività – nelle sue varie accezioni, dalla stabilità strutturale a quella “percepita” nella sicurezza urbana – ma costituisce del suolo consumato (inutilmente) che sottrae spazio ad altri impieghi e comporta costi sociali. Un bosco abbandonato (o un alpeggio eroso dall’ampliamento del bosco) può incrementare il rischio di incendi, ovvero perdere parte del suo ruolo ecosistemico necessario all’abitabilità, determinando la perdita di biodiversità, dei valori culturali, oltre a favorire il dissesto idrogeologico.
Dunque, la piattaforma non propone “nuovi beni comuni” ma si limita a considerare alcuni beni che in riferimento alle crisi in atto, possono costituire l’oggetto privilegiato del “contratto d’abitare”. Nondimeno, utilizza la locuzione “beni comuni” perché – tra le varie forme di proprietà che la storia del diritto e la comparazione giuridica ci consegnano – è quella che meglio evidenzia non solo il legame tra le persone e i beni, ma anche tra la comunità e le persone cui i beni appartengono, che costituiscono sia una forma di limite al godimento della proprietà sia – per usare le parole della legge n. 168/2017 – un «ordinamento giuridico primario delle comunità originarie».



